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Recensioni

PAOLA MARCHI – Mari silenziosi 

Un mare che non fa rumore, case dipinte dal sole, figure pazienti: Paola Marchi rallenta il tempo e si fa interprete di una calma, mediterranea nostalgia. Personaggi austeri, eppure carichi di umana fatica, ci accompagnano all'interno di un mondo che poco ha in comune con il nostro, ma che riesce ad incantarci con i gesti genuini dei suoi protagonisti. Sono gli eterni movimenti di contadini e pescatori, quasi un’immagine di antenati lontani, che ci portano verso il ricordo. Luoghi e momenti non sono riconducibili a situazioni reali, sono la memoria d’epoche lontane, che si vorrebbero custodire per ritrovare quella semplicità di gesti che abbiamo quasi perduto. Immagini che non suggeriscono solo ricordi sbiaditi e vaghi, ma scene vive cariche di colori squillanti, profili sicuri e marcati, dove niente è confuso e sfuggente. Tutto è definito, preciso. Paola Marchi va oltre la memoria: nella tela la pittrice osserva gli stati d’animo, li interiorizza, li rivive nel quadro. La sua è una rivisitazione del ricordo, che si serve di un tempo rallentato per gustare ogni attimo, ogni situazione: abili pescatori che preparano le reti per la giornata di pesca, madri che si accingono a portare i frutti della terra al mercato del paese, donne che distinguono ogni loro muscolo sdraiate su rossi divani. Tutto è pervaso soltanto dall'odore del mare e dal calore della terra. Luoghi, situazioni e personaggi alla base di queste opere, possono accomunare la pittura della Marchi agli ideali macchiaioli, anch'essi basati su visioni popolari e genuina umanità; ma la sintesi figurativa della pittrice, conscia della lezione artistica del novecento, dà alle sue opere una maggiore carica simbolica. Questa purezza di sentimenti, che pare allontanarsi sempre più dal vivere comune, sembra un’esortazione a ricordare qualcosa… È così che Paola Marchi ci offre, attraverso le sue tele silenziose, un invito alla riflessione sull'autentico ed originario ritmo da restituire alla vita. 

Chiara Signorini 


ARMONIE MEDITERRANEE. Nostalgie di perdute armonie. 

Le opere di Paola Marchi rappresentano luoghi di elegiaco incanto e raccontano l’indugio sul desiderio di una vita regolata dalle sicure e lente azioni quotidiane, sempre uguali a se stesse e dai pacati gesti che rivelano una profonda umanità per trasmettere una visione intimistica e serena del mondo. Nell'esperienza esistenziale dell’artista, i silenti porti del Mediterraneo sono stati realmente visitati, le campagne dell’entroterra intensamente vissute. Paola Marchi ne restituisce però l’immagine sotto forma di ricordi, di memorie rese con un linguaggio che richiama quello del Realismo degli anni Quaranta e Cinquanta di Armando Pizzinato o di Renato Guttuso di ascendenza postcubista spogliandolo della carica politica e della “verve” ideologica alle quali sostituisce una vena dolce e nostalgica di un mondo di contadini e pescatori che non ha mai perduto la sua rasserenante armonia. Paesaggi dai profili ondulati di case e colline, forme semplificate e di sapore arcaico, figure umane dalla corposità umile e pacificata, segnate dalle fatiche e da una ritualità semplice e ripetitiva, diventano i soggetti privilegiati di una pittura dalla consistenza materica densa e fluida o magra e graffiata, giocata sulle contrapposizioni cromatiche, di colori freddi e caldi o di contrasti tra colori complementari. La linea morbida e avvolgente unisce gli opposti o ripartisce piani distesi e compatti, mentre i volumi netti sembrano intagliati nel solido legno. La concretezza e il vigore plastico si stemperano nell'effusione sentimentale di un abbandono elegiaco di memorie lontane nel tempo e nello spazio, relegate ormai ad una dimensione estranea al nostro vivere attuale perché l’emozione le ha trasfigurate e ha reso la realtà una visione trasognata. Da una parte dunque l’anelito ad una vita regolata dalla natura sia essa aspra o generosa unito al desiderio di farla sentire nella sua fisicità più concreta, dall'altra la consapevolezza che l’armonia rimane una favola, una fantasia in cui rifugiarsi nei momenti di tristezza nella vana ricerca di trovare conforto. L’artista sembra indicarci quel mondo primigenio, da cui l’uomo si è così tanto allontanato, come l’unica concreta alternativa alla lotta incessante per evolvere in forme sempre più sofisticate e complesse e che troppo spesso fallisce nella brutalità e bestialità più abbietta. Un paradiso perduto, un arabesco di memorie su cui sostare per sottrarsi alle frustrazioni dell’esistenza contemporanea. 

Carla Chiara Frigo


PAOLA MARCHI O LA METAFISICA DEL QUOTIDIANO 

Il tentativo di traduzione della serialità di un’opera, inclusa la pittorica, consiste nel far emergere il tipo di narrazione e le peculiarità formali. Una decodificazione in definitiva che sia assieme di stile e di sostanza e che nel nostro caso riguarda due specifici input. Diciamo subito che il legame preponderante della Marchi è con una società arcaica, nel predominio cioè dell’agricoltura, della pesca, dei mestieri artigianali, un sistema più o meno unitario di accadimenti, l’uno intrecciato all'altro, a cui non si sottraggono opere in cui è evidente l’annotazione emotiva legata al vissuto contemporaneo. La quotidianità, qualunque sia lo stato d’animo, subisce una specie di sottrazione temporale in cui il meccanicismo faticoso degli atti usuali viene esorcizzato in una liturgia dappresso alla metafisica con in più l’appannaggio invasivo dell’oro, un minerale prezioso essenzialmente teofanico, da sempre chiamato a celebrare il flusso benefico della presenza divina, non disgiunto però dalla laica istanza del dèco che lega l’oggetto, pur nella precipua destinazione d’uso, alla necessità di una dimensione sostanzialmente estetica. La sublimazione dell’assieme alquanto edenico, svincolato com’è dal degrado dei mestieri e delle marine, dalla salsedine usurante delle malte dei pontili e dell’architetture dominanti, è un’ulteriore conferma dello svincolo dalla provvisorietà, dalla fatale clessidra, a vantaggio come è agevole arguire, di nude e severe certezze. Una pittura profondamente etica, legata a valori empedoclei, chiamati a riparare la potenziale angoscia di una civiltà altamente tecnicizzata e spesso senz'anima. Elemento in certo qual modo collante: l’amore, sentimento centrale che armonizza ogni gesto dell’umana creatività. Ma quale l’antefatto che ne giustifichi il farsi pittorico, la modalità stilistica? L’entroterra culturale della Marchi, con alle spalle uno studio solido al liceo artistico di Bologna, la frequentazione degli studi d’architetto, l’opportunità di confrontarsi con il museale, ma anche con le più agguerrite correnti artistiche del nostro novecento, , grazie al soggiorno prolungato in alcune regioni italiane, è assai fertile. Come ogni artista è figlia del suo passato, del dejà vu, del processo di sedimentazione cioè che è il salutare humus sul quale si istituisce e cresce ogni esperienza della creatività. L’imitazione, e non solo in arte, è talmente abbarbicata al nostro essere da resistere al più radicale avanguardismo. “Da chi non vuole imitare nessuno – dirà Dalì – non viene fuori nulla”. Anche Marchi vanta un suo maestro, ma l’occhio è rivolto prevalentemente alla magnificenza di un nostro fertile passato. All'imolese non sfugge, a nostro avviso, quel “dipingere dolcissimo e tanto unito” che fu la costola gotica dell’invenzione giottesca, non disgiunto in molti esiti dall'adombramento della pittura parietale d’affresco ricorrente nei disseminati chiostri monastici, nelle cappelle e nelle chiese trecentesche e prerinascimentali. Ma l’essenzialità, l’equilibrio nel rapporto metrico e coloristico, la ricorrente staticità imperturbabile dell’immagine e di ciò che le ruota attorno, la continuità della temperatura luminosa, la modellatura timbrica, fanno pensare a un tributo alla razionalità teorica e progettuale di Piero della Francesca. E al secondo quattrocento sembra rimandi il gioco divisorio tra primo e secondo piano, ottenuto attraverso cornici parietali aperte sul paesaggio, di cui esemplari sono alcune sue venezie, ritratte inseguendo la legge aurea della Pala Pesaro del Bellini. La solidità e la raffinatezza classica della statuaria modellata secondo un congegno di piani a tarsie, un vero incastro di angoli acuti e curvilinee, atti a definire la volumetria dell’ordito, un puzzle di ritmi computabile nella pacata squillantezza delle venature, si giustifica nella contemporaneità postcubista, non disgiunta da una carica di primitivismo intimistico, di una sorta di ieraticità nei gesti tale da rasentare la temperie religiosa. Un’esaltazione non chiesastica, ma sacrale, alla Gaudì, come è stato giustamente osservato, non certamente un richiamo a un fantomatico Eldorado, distante culturalmente da una pittura colta, com’è dato raccogliere tra le fila del racconto variegato. Una politezza grafica, sottile come un velo, lo smalto della tessitura, la filigranata temperatura cromatica al femminile, una calma voluttuosa, prelusiva all’estasi, una quiete tout-court non 
scalfita, diffusa, pacificante che non si lascia però del tutto interrogare, la pone, in conclusione, al riparo da un’avventura supinamente omaggiante. Il divertissement intorno all’uomo e alle sue cose infine, lo spiccato senso anacronistico della quotidianità, il porsi di fronte imperturbabile, a garanzia della stabilità dell’instabile, quella sorta di plastiche arcaico catturato nel flusso cattivante della materia, indulgente al volume temperato e inciso, che costituisce un primo input pittorico assai fortunato si congestiona stilisticamente al momento, in ragione della maggiore pregnanza dell’invaso espressivo, il secondo input che ci auguriamo in progress. Il colore della Marchi difatti si velocizza nell’urgenza gestuale dettata dalla spatola, s’ispessisce, diviene corposo. Le sue creature, seppur agganciate all'usuale posturalità, si divincolano in una condizione, oserei dire, più umana. La tarsia diviene flessuosa, tattile, cromaticamente porosa; s’ammorbidisce il vestiario nell'effetto pittorico, l’immagine fuoriesce dalla determinante implosiva, claustrale, segnalando una diversa individualità che non è più solo dell’anima. Lo stesso habitat viene restituito al vissuto contemporaneo. Le nature morte rispondono all'imperativo di un’immagine per quanto possibile unificata, proprio nell'istante in cui l’artista attende alla scansione dei volumi. La luce diviene intrigante. Da dispiegata e invasiva essa spesso convola al centro, diviene incidente, grazie anche all'innesco felice dell’effetto chiaroscurale. La concessione al grande angolare in alcune opere ubbidisce a un’esigenza scenografica, da grande schermo. Il procedimento, ampiamente utilizzato nel farsi pittorico della Marchi, sembra dettato da più consona sinassi, da sedimentazione maggiormente prossima all'esperienza quotidiana della celluloide che non a quella dei murales. I quali in ultima analisi si risolverebbero in un inutile aggravio anacronistico. La nuova disponibilità infine al tonale manifesta senza ombra di dubbio uno status, una significativa ramificazione formale, che esprime un’esperienza in progress che va ad arricchire quello stupor mundi che involve la poesia e ogni progetto che sia realmente creativo. 


Ugo Perniola – In occasione della personale realizzata a Spilimbergo nel 2005 

                                                                                         Paola Marchi